Ritratti immaginari. La storia del mio amico Gachet

Gachet, il mio amico Gachet, non se lo sarebbe mai aspettato. Lo rivedo ancora seduto, solo e avvilito, a quel tavolino rosso con in mano una mimosa da portare alla sua defunta moglie. Stava lì ad aspettare il pranzo in quel ristorante blu che si chiamava, mi sembra, Il Mare; e per ironia della sorte indossava una giacca blu come la parete e un cappellino da marinaio grigio. Mi ricordo, che stava per scoppiare a piangere quando sono entrato nella sala. Anch’io ero solo, povero e non sapevo che ne avrei fatto di me, non c’era posto eccetto accanto al lui, il mio futuro unico amico. Mi avvicinai e chiesi se ci fosse posto e lui, senza dire una parola, mi fece capire di sì. Alla fine siamo riusciti a parlare.

Era un buon dottore e sua moglie si ammalò di una malattia che non ricordo e così decise di operarla lui. Arrivò il giorno dell’intervento e lui aveva un malore ma non voleva deludere Maria, sua moglie. Durante l’intervento, però, a causa del malore sbagliò e sua moglie morì. Da quel giorno non riuscì più a prendere una decisione che sia semplice o meno per la paura di sbagliare. Pensava ogni giorno, ogni ora, ogni secondo a quel momento terribile, che distrusse la sua vita.

Matteo Riccivincent-van-gogh-portrait-of-dr-paul-gachet-kanvas-tablo

Vincent Van Gogh, Ritratto del Dottor Gachet, 1890, Collezione privata

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